Ridare senso a una comune appartenenza. Ritrovare la capacità di riconoscersi e di rinnovare la volontà di fare un percorso insieme. Il Pdl è il luogo delle mille individualità che, solo minimamente e marginalmente, diventa coesistenza di gruppi residuali, più “cordate” che comunità ormai, più conventicole che correnti. Noi, invece, vogliamo ritrovarci. Come si fa nel campo di battaglia quando sono cessati gli spari e si dirada il fumo: si chiamano i compagni per nome, ad uno ad uno, per contare i vivi, i feriti e i dispersi.Oppure quando ci si sveglia naufraghi su una spiaggia, in mezzo ai resti della nave e ci si guarda intorno, schermandosi gli occhi dai raggi del sole, per intravedere altre figure muoversi sulla sabbia. Scenari di sopravvivenza: battaglia, naufragio. Immagini forti, ma di questo si è trattato. La scelta di fare strade diverse, l’incomprensione o l’accettazione delle ragioni altrui, persino il cambiare posto all’interno delle aule parlamentari assomiglia a questo e non certo a un evento festoso. È stato necessario separarsi di nuovo per rendersi conto, con dolore, che un “noi” c’era ancora. Vedere un pezzo di noi che si allontana e ti fa cenno da un altro schieramento, seppur vicino ma non più lo stesso, non è piacevole.
Ci siamo già passati e abbiamo imparato che solo i meno avveduti, in questi casi, alzano i toni, lanciano invettive o anatemi. Perché in politica, inevitabilmente, ci si ritrova. Quando gli interessi personali, soddisfatti o delusi, si acquietano; quando le infatuazioni, che abbiano prodotto successi o fallimenti, lasciano il posto a una visione più chiara, restano le sofferenze vissute e superate insieme, restano i sogni e i ricordi. Restano le canzoni: e il mondo si divide tra chi le conosce e chi non le ha mai sentite e tutto torna familiare. Noi siamo arrivati al Pdl reduci di una vittoria, dopo una vita al fronte: vinti, ma mai sconfitti. Non ci siamo arrivati alla spicciolata, dopo aver gettato le armi, senza insegne e con le divise stracciate.
Abbiamo sfilato con l’onore delle armi, con i nemici di sempre che ci riconoscevano di non aver mai ammainato la bandiera e di aver resistito, contro ogni possibilità e aspettativa, rimanendo in piedi, con dignità e onore. Usciti dai ranghi ci siamo smarriti. Nuove case, nuovi amici, nuovi abiti. Chi ha preferito i salotti e chi le taverne. Chi piange pateticamente i bei tempi andati e chi nemmeno vuole sentirli nominare. Ma noi abbiamo una responsabilità, non solo per dove siamo arrivati ma vieppiù perché apparteniamo a una generazione che ha dimostrato di saper fare questo e quello. Meglio degli altri sappiamo come si fa un partito, come ci si organizza, come si formano i quadri, come si motivano i militanti e come ci si prepara ad affrontare, senza disperdersi, le disfatte (che a stare insieme nella vittoria sono buoni tutti).
Questo, invece, nel Pdl non lo sa fare nessuno e quelli tra noi che erano capi e che lo sono ancora, sembrano essersi dimenticati come si fa. Ci sono delle bandiere da recuperare dal fango dove le hanno abbandonate e solo noi possiamo farlo. Un’etica politica senza compromessi, dove non c’è posto per il clientelismo, per le carriere personali, per l’appropriazione indebita. Servire il popolo, anziché servirsene. Amare la Patria oltre il familismo, oltre il localismo, oltre la piccineria degli interessi personali, corporativi, lobbistici. Tenere sempre e principalmente a mente la tutela dei più deboli e non cedere alle pressioni dei potenti.
Salvaguardare la dignità e l’indipendenza della Nazione, per non essere mai più sudditi, mai più colonia, mai più subordinati a interessi stranieri. Amare i camerati e la bandiera, perché sono l’unica cosa che ti resta quando tutto e perduto. Non avere paura di dire Noi. Ricordare che l’Io è nemico del Noi e che da soli si può realizzare forse una splendida carriera, ma mai un sogno per cui valga la pena di vivere e morire. Uccidere l’arrivista e l’avido che purtroppo alberga in ognuno di noi. La disponibilità di posti e risorse ci ha fatto dire “perché lui e non io? Perché a loro e non a me?”.
Semplice: perché loro si vendono e noi no. Loro non hanno altro da sacrificare che la propria dignità. Noi abbiamo già sacrificato la vita e questo ci ha dato una cosa che a nessuno interessa, perché non ha mercato, perché non si può vendere o comprare: l’onore. Sconfiggere infine la disillusione. Tornare a credere ancora che possano vincere i giusti e che il trionfo degli impiccioni è solo transitorio. Ritrovarsi e riconoscersi. Serrare i ranghi e riprendere il cammino. Forse nessuno di noi, singolarmente, ne vale la pena. Ma il Popolo ne ha bisogno. E la Patria se lo merita. Anche stavolta non abbiamo scelta. Rinunciare non è un’opzione.
Marcello De Angelis
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